martedì 21 maggio 2013

A Love Song for Bobby Long


Un film di Shainee Gabel con John Travolta e Scarlett Johansson. USA, 2004.


Presentata a Venezia per la prima volta, è fino ad ora l'unica opera di finzione per la sceneggiatrice e scrittrice Shainee Gabel che approda alla regia ficton dopo il suo primo documentario Anthem risalente al 1997.


Da Panama City, Florida, a New Orleans: una romantica queste familiare alla ricerca delle proprie radici.
Lei è Purslane (Scarlett Johansson), giovane donna in conflitto col mondo e con se stessa che approda, in ritardo per il suo funerale, a casa della madre, dove l'attende una cittadina in lutto per una donna diventata ormai leggenda, generosa amante perduta che lascia al mondo il suo profumo in vecchi libri, poesie e canzoni.
Il nome di un fiore e due uomini sfaccendati: una convivenza inquietante tra la decadenza di pareti marcite, una solitaria veranda in legno e le troppe birre al ritmo country delle chitarre scordate: Lawson e Bobby Long, l'allievo e il professore, perduti in un libro che non esiste, poeti ubriachi in viaggio verso la lucidità.


La defunta madre di Purslane, Lorraine, è la presenza protagonista assoluta del film, vivido e sensuale ricordo nei cuori del resto dei personaggi, sembra coordinare magistralmente i loro rapporti e le coincidenze d'amorosi sensi da cui sono indissolubilmente legati. E' lei che tesse trame e tele a cui alla fine conferirà l'ordine cosmico migliore, con un finale circolare che chiude in positivo il poetico vagar di ognuno. 

Padri, figli e amanti in bilico: tutti personaggi profondamente caratterizzati, che si muovono misteriosamente lasciando in sospeso ragioni e sentimenti, soggetti ad un deus ex machina che non esiste ma che fin dal principio definisce gli intrighi di una trama interessante e romanticamente destinata alla deriva senza ancora, nonostante tutto, essere del tutto spacciata.

temi della pacificazione con se stessi, della lucidità, del confine sottile tra consapevolezza ed incoscienza, ed un accennato erotismo quasi ineffabile, compongono l'affresco confusionario di un grande giardino in cui ogni fiore torna a respirare sotto al proprio sole personale.


Ancora una volta il topos del lento, ci regala un ballo intriso d'infinita tenerezza, al calar del sole, quando le congiunzioni astrali sono più favorevoli, i cuori più caldi e la fotografia più morbida. E' il tramonto, ed al tramonto si sa, anche un prato decaduto, in mezzo alla terra, tra roulotte, e vecchie poltrone, con una chitarra che intona una canzone d'amore, può diventare un posto più accogliente.